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lunedì 6 gennaio 2014

Recensione: "Lieto fine" di Edward St. Aubyn



 

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Lieto fine 
di Edward St. Aubyn 
pagine 208
prezzo 16€
ebook 8,99€
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Neri Pozza
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I lineamenti del viso rigidi e ritoccati, le dita ossute che stringono una rosa bianca artificiale sopra un cuore che non batte piú: cosí Eleanor Melrose appare per l’ultima volta a suo figlio Patrick. Come una reliquia, un oggetto in transito, diretto verso l’ultima tappa del suo percorso.  
Un figlio al funerale della madre diventa, è noto, una figura dominante. Dopo il doveroso omaggio alla bara, la processione di parenti e amici termina puntualmente al suo cospetto. E, dunque, eccoli gli amici e i parenti di Eleanor davanti a Patrick: Nancy, Mary, conoscenti, amanti e la teoria di habitué di casa Melrose; il vecchio Nicholas, innanzi tutto, che dà un colpetto al coperchio della bara, come il proprietario di un cavallo che abbia appena vinto la sua corsa. 
cover originale
Hanno tutti ben visibile sul volto l’impatto psicologico della ricchezza ereditaria; il desiderio furioso di sbarazzarsene e quello altrettanto furioso di tenersela stretta; l’intimo senso di superiorità e una segreta vergogna. Un intrico di pensieri e ossessioni che genera particolari travestimenti: la soluzione della filantropia, quella dell’alcolismo, la maschera dell’eccentricità, la ricerca della salvezza nella raffinatezza del gusto; e personaggi altrettanto particolari: gli sconfitti, i pigri, i frivoli, tutti immersi in un mondo cosí denso di scintillanti alternative da risultare impenetrabile all’amore e al lavoro. 
Patrick Melrose ha cercato una via di scampo nei suoi anni furiosi. Dopo la morte del padre, tuttavia, la fine della madre lo chiama ora a sciogliere l’ultimo, definitivo legame con il passato.
Ha creduto che Eleanor fosse anche lei vittima della tempestosa malignità di suo padre. È difficile rinunciare al fragile senso di protezione che viene dal vedere nella propria madre una donna affettuosa, pronta a soddisfare ogni bisogno dei figli. Ora però gli appare chiara una verità piú profonda e crudele: lui, il figlio che il padre ha ferito per sempre un giorno, è stato solo un mero strumento nella relazione sadomasochista tra i suoi genitori, una mera estensione del desiderio di Eleanor di essere umiliata dal marito. Patrick ricorda bene quando ebbe il coraggio di dire a sua madre di aver subito violenza da David Melrose e lei si affrettò a rispondere «Anch’io», tutta concentrata sul suo vittimismo.
 
Può ora la morte di Eleanor recidere il cordone ombelicale che lo tiene avvinto ai fantasmi della sua infanzia? Col lascito di due virgola tre milioni di dollari sfuggito alla furia dissipatrice di Eleanor, dedita negli ultimi anni della sua vita d’improbabile santa e guaritrice alla piú dissennata filantropia, Patrick Melrose può andarsene finalmente libero per il mondo e smettere di vagare nel labirinto del suo inconscio?


Considerazioni.
Questo è uno di quei romanzi che ti scavano dentro, che prendono la coscienza che hai di te stessa, delle tue sicurezze, dei tuoi porti sicuri, della placida consapevolezza di quei tuoi piccoli cardini vitali ed uno a uno li scardina con metodica efficacia per lasciarti orfana di quel tepore sicuro, a tremare sui mattoni di una costruzione emotiva (acquisita nel romanzo) che pensavi di aver compreso nei quattro romanzi precedenti e ancora una volta si piega e ribalta sotto i tuoi occhi cercando quello che rimaneva sul vaso di Pandora: la speranza, in questo caso, di una redenzione.

Avevamo lasciato, nei romanzi precedenti, un bambino (nato da uno stupro) assoggettato alla crudeltà paterna, veramente senza rimorsi e di pura e assoluta cattiveria (come si potrebbero spiegare le angherie? Le botte subite? Le sfide alla sopravvinza proposte in continuazione al giovanissimo figlio? Le violenze fisiche mai risparmiate: come la circoncisione sul tavolo da cucina a pochi mesi o lo stupro a soli cinque anni? Come?). Il bambino cresce e man mano diventa un alieno a se stesso tra viaggi che lo conducono all'annebbiamento dei sensi con l'alcol, alle droghe, a una mente che è evidentemente - patologicamente - molto malata, sconfitta fin dall'infanzia e che non riesce apparentemente a reagire, a ricostruire una sua stabilità, a far emergere una sua volontà, in qualsiasi direzione. 

Si, Patrick Melrose è uno sconfitto, costituito da una mente provata, che si lascia trascinare, qual sconfitto com'è, dagli eventi, ed un corpo violato che non riesce a sposarsi con la mente in un'armonia che conduca  non tanto alla felicità, ma a una sorta di stabilità emotiva.

Ecco dunque che quello che si sente di essere Patrick (un relitto emotivo) si ribalta nella sua condizione effettiva. Lo troviamo duqnue, in "Lieto fine" - l'ultimo romanzo della serie Melrose - a 50 anni, dopo aver appena assistito alla cremazione della madre, tornare alla sua solitudine, in quanto si è separato dalla moglie e dai suoi due adorati bambini e vive (anche se direi, piuttosto, sopravvivere) nella solitudine, nel dolore, quello incessante, dipendendo costantemente dai farmaci, dall'alcol. 
Ma proprio il distacco da quelle due figure così profondamente drammatiche e imponenti nella sua vita, portano Patrick, ad un certo punto, a cercare di emergere dalle acque profonde e pastose in cui si è immerso, è stufo e provato dal delirium tremens, dalle allucinazioni e prova ad uscire da tutto ciò con una terapia di disintossicazione in una clinica.
 Poprio il fatto di essersi finalmente "disfatto" delle due pesanti figure del padre e della madre Patrick incomincia a vivere, ad uscire fuori dal guscio, dopo esserci rimasto tanto tempo, una vita quasi, e man mano viene alla luce, come se nascesse per la prima volta, ma senza l'innocente incosapevolezza della gente, delle persone e della vita.
 

Patrick è un uomo profondamente distrutto e profondamente segnato da avvenimenti che non avrebbe potuto cambiare, non da solo almeno, non con una madre cieca all'evidenza ed un padre di una crudeltà impressionante e indissociabile dalla sua natura, ma che proprio quando giunge a metà della sua esistenza trova un senso, una direzione, all'inzio appannata ed appena segnata, poi sempre più concreta, fattibile, sua.

E' un senso di rinascita, quello che si respira in questo volume, quello che finalmente vediamo scritto da St. Aubyn, quello che egli stesso ha provato (essendo questa serie di romanzi profondamente autobiografica per moltissimi aspetti: dalle violenze del padre, alla lontananza della madre per giungere alle droghe, all'alcol, ecc...) un senso di liberazione in questo capitolo dei Melrose, dopo quattro romanzi di oppresione e fuga (dove non esce bene nessuno, soprattutto le figure femminili, praticamente tutte inette) da se stesso finalmente Patrick si ferma e non fugge, ma decide di affrontare i suoi demoni uno a uno e di superarli, non per qualcuno in particolare, ma per se stesso e di riflesso, certamente, anche per i suoi figli, per cui sente di voler essere un padre, molto diverso dal suo.

"Lieto fine" dunque? In un certo senso, si. Non crediate di lasciare Patrick in una valle dorata dove tutto finisce nel migloire dei modi, ma è un lieto fine stupendo, almeno dal mio punto di vista, il fatto che abbia trovato se stesso, che finalmente si sia accettato e che lotti per quello che vuole, che sente e per l'amore dei figli. E' stato davvero un lieto fine vedere che ad un certo punto il dolore deve cessare, per forza di cose, se di vuole vivere, a livello mentale e di tormento interiore, deve porsi una fine, anche se non raggiungere una giustificazione o una redenzione (non ce ne sono).

 

Edward St Aubyn, nato nel 1960, è autore, oltre che dei quattro romanzi di IMelrose, di At Last, ultimo capitolo della saga di Patrick Melrose, e di altri due libri: On the Edge e A Clue to an Exit. Nato nell'alta società inglese, come Patrick Melrose, anche St Aubyn ha avuto una madre fragile, di ricca famiglia americana, ed è stato violentato dal padre dai 5 agli 8 anni, da cui poi si ribellò coraggiosamente, a 16 anni ha cominciato ad assumere cocaina, eroina e ogni droga possibile, a 25 ha tentato il suicidio, a 28 ha capito che doveva cercare aiuto nella psicoanalisi. 

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