Recensione: "La sindrome di Hugh Grant" di Daniele Cobianchi

venerdì 28 novembre 2014



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La sindrome 
di Hugh Grant
di Daniele Cobianchi
pagine 180
prezzo € 15,00
Mondadori
già disponibile
ebook/cartaceo
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Thomas Rimini ha studiato alla Bocconi e lavora nel marketing dei sughi pronti. È bello e brillante, ma... ha quarant'anni: non l'età di mezzo, ma l'età dove sei mezzo. Mezzo adulto e mezzo ragazzo, mezzo sognatore e mezzo disilluso, mezzo innamorato e mezzo in attesa di chissà chi. 
Così, quando la vita gli chiede da che parte intende stare, Thomas non risponde e si rifugia in un eterno presente, sperando con tutto se stesso che sia il modo migliore per cogliere l'onda giusta. Lascia Marcella, che era pronta a sposarlo, si butta nel lavoro, prende una casa in centro, affina tecniche di seduzione da chef e ritrova i vecchi amici: tutti suoi coetanei, ognuno impegnato ad affrontare i propri fallimenti come può. Chi diventa professionista dell'happy hour, chi sogna l'amore e gira sempre con un anello in tasca, chi si ammazza di running fino a diventare pelle e ossa. 
Non è che Thomas scappi dalle responsabilità: anzi, le brama. È dal compromesso che fugge, dal modello sociale che impone tempi e modi preconfezionati alla sua generazione, cresciuta nel benessere ma spesso incapace di capire cosa vuole. Accade però che la strada scelta da Thomas, quella che sembrava la più facile, improvvisamente s'impenna, e il tracciato inizia ad aggrovigliarsi irrimediabilmente. Solo salendo in moto e puntando verso l'oceano, forse, i pensieri saranno coperti dal rumore del viaggio e sarà più facile ascoltare i battiti del cuore. Con ironia venata di amarezza, ma anche con profonda empatia verso i suoi personaggi, Daniele Cobianchi dà vita a un mondo affollato di volti che ci sembra di conoscere benissimo. Soprattutto, ci racconta con assoluta autenticità l'universo dei "quarantenni disperati", tra separati, depressi e insoddisfatti cronici: una fotografia fatta con Instagram colorata e accattivante, ma aggiustata con un filtro e in realtà un po' sbiadita. 
Ne emerge, a sorpresa, un Hugh Grant uscito dallo schermo, pronto a dire la sua verità. Un uomo in realtà fragile che ha solo la necessità di non tradire se stesso, per guardarsi allo specchio e, anche con la barba lunga e la fedina sentimentale non proprio immacolata, sorridere.


Considerazioni.
Ci sta lo sfuggire dalle responsabilità alla soglia dei quarant'anni, ci sta allontanare la ragazza che è giusta per te perchè non ti senti pronto a sposarti, a mettere su famiglia (meglio così, piuttosto che trovarti in casa un uomo pieno di dubbi che ti molla con figli a carico per rincorrere la sua giovinezza perduta) e ci sta anche costruire un romanzo su un uomo, Thomas, che non sente proprio lo spirito di sacrificio che una coppia richieste, che un matrimonio impone insieme al rispetto dell'altro e la monogamia. Passi anche associare la vita da quindicenne spensierato (anche se di anni nei un quarantina) alla Sindrome di Hugh Grant, che incarna una sorta di Peter Pan moderno, che non riesce proprio a mettere a posto la testa e concigliarsi con le responsabiltà.

Ma quello che Cobianchi ha creato (almeno dal mio punto di vista) è una macchietta sciocca, una caricatura dell'uomo comune in crisi che cerca una via d'uscita in tutto tranne che in se stesso, che risulta essere niente più che un beota, superficiale, moderno (che qui equivale a infantile) che usa un linguaggio giovanile che non gli appartiene, che festeggia dove e quando possibile pur di dimenticare i suoi errori, i suoi rimpianti (soprattutto per l'ex fidanzata) per i colpi di testa, che non rimpiange, a cui non riesce a rinunciare piuttosto che diventare un uomo diverso, a cui aspira forse, ma che è troppo faticoso da divenire.

Thomas, infatti, molla la fidanzata Marcella (che è anche l'unica con cui ha avuto una storia più seria rispetto alle precedenti) perchè non si sente pronta, poi si getta a capofitto nel lavoro, tra le braccia di donne senza nome, senza volto, per dimenticare le sue sciocchezze, gli errori per cui si sente in colpa, ma che probabilmente commetterebbe una seconda volta. E proprio quando sembra aver toccato il fondo intraprende un viaggio, quello che lo condurrà a capire qualcosa ed a indicargli ciò che gli manca e di cui sente l'esigenza.
E proprio durante questo viaggio, con un tasso alcolico molto alto e uno riflessivo inesistente, ecco che Thomas incontra Huge Grant al bar, il quale gli da una pacca sulla spalla e la benedizione per gli eccessi che gli si prospettano all'orizzonte.

Pensavo fosse un romanzo un tantino differente. Avevo voglia di leggere un romanzo contemporaneo, fresco ...  scritto da un uomo, che mi illuminasse sulle sue crisi pseudo esistenziali, mi immergesse un pò nei suoi problemi dandomi modo di leggere uno spaccato maschile a cui non sono avvezza a vedere o analizzare.
E metto le mani avanti: non immaginavo, nè mi aspettavo, un romanzo troppo riflessivo, profondo o altro, ma almeno lo pensavo meno sciocco, meno infarcito di luoghi comuni, meno ebbro di autocommiserazione e finto struggimento ...

Ci sta che Cobianchi abbia voluto rappresentare l'incertezza di un quarantenne che vede il mondo sgretolarsi davanti ai suoi occhi, che non sa bene come prendere le decisioni personali che lo riguardano, ma tutti abbiamo quel problema, nessuno viene al mondo con un manuale, ma assumersi i rischi delle proprie decisioni ad un certo punto è imperativo, anche in una commedia come questa. 

Ma quanto avviene una sorta di svolta, il romanzo termina ... Bho!
Thomas è apparso ai miei occhi come un uomo che va avanti nel mondo per inerzia, fastisiosamente superficiale, che vuole costruire qualcosa di importante solamente per se stesso, e sarebbe anche interessante seguire il personaggio, ma il modo in cui la sua vita è proposta e il romanzo narrato non mi hanno proprio preso ...

Non è stata, infatti, tanto la storia che mi ha deluso e allontanato dal romanzo, ma il modo che non mi ha preso, che non mi è piaciuto, che ha alzato le mie barriere mentali del rifiuto e mi ha indotto a pensieri come "per favore finisci presto...". Questo è ovviamente un mio pensiero, in quanto non mi trovo mai in sintonia sia con l'incertezza patologica di personaggi - ed in particolare come persone come Thomas - sia con una narrazione pseudo gioviale e giovanile che non empatizza con il lettore se non per comunicargli amarezza, insoddisfazione, ecc...
E anche se è una lettura che serve - al limite - a rilevare situazioni, nella realtà, come quella di Thomas, è a mio gusto una storia che è iniziata come insoddisfacente e amara ed finita nell'amarezza più totale sia per la trama, che per i personaggi, divertimento ed l'avventura. E' un romanzo che non mi ha mostrato nulla, non mi ha dato nè portato a nulla. Non c'è sforzo di stile, di trama, di concetto, di emozione, di empatia. Non mi è arrivato niente... Amarezza di un urlo nel vuoto che ha spezzato il silenzio per poco meno di quattro secondi e che non mi ricordo di aver udito.

 

Daniele Cobianchi (Parma, 1970), laureato in Filosofia del diritto all'università di Bologna, vive e lavora a Milano, dove si occupa di comunicazione. Ha pubblicato i romanzi Dormivo con i guanti di pelle (Mondadori, 2013), Il segreto del mio insuccesso (Mursia, 2006) e, in rivista, il racconto Gli occhi di mio padre (La luna di Traverso, Mup, 2007).

2 commenti:

Ludo ha detto...

Devo ammettere che, mentre leggevo la sinossi, mi ispirava, ma, allo stesso tempo, mi spaventava perché... è un mondo difficile per noi, figli di baby boomers, soprattutto per quelli che provengono da un ambiente in cui regnava la serenità economica e che non possono realisticamente pensare di poterla realizzare a loro volta con lo stesso impegno e le stesse certezze che aveva la famiglia d'origine.

Ma sto pericolosamente divagando.

Le tue considerazioni, in ogni caso, mi hanno scoraggiata ancora di più.

Endimione Birches ha detto...

Concordo con te. E pericolosamente mi arrischio a dirti che purtroppo, però o si impara a crearsi nuove opportunità, nuovi orizzonti oppure si annega nell'infelicità. E' piùun dato di fatto che un pensiero il mio...

Tutto cambia, i tempi d'oro sono finiti, ciò non preclude a una felicità, ma come, tutto, occorre cercarla, faticarci su dannatamente!

Detto ciò questo romanzo non mi è piaciuto per come la storia è stata proposta. Se non avessi visto l'età del protagonista avrei detto fosse un YA non troppo ben riuscito... e non sono una fan nemmeno di questi ultimi...