Recensione: "L'ultima ragione del re" di Joe Abercrombie

lunedì 2 giugno 2014


4/5















La serie "The First Law Trilogy" è composto da:

1. The Blade Itself - Il richiamo delle spade
2. Before They Are Hanged - Non prima che siano impiccati
3. Last Argument of Kings - L’ultima ragione dei re

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Romanzi autoconclusivi ambientati nel mondo della trilogia

1. Best Served Cold - Il sapore della vendetta - Ad aprile 2014
2. The Heroes - The Heroes
3. Red Country - ancora inedito

La fine è vicina.
La battaglia infuria, il Re degli Uomini del Nord non accenna a cedere, e c'è solo un uomo che può fermarlo.
Il suo più vecchio amico, che è anche il suo più vecchio nemico. 
cover originale
Per Novedita il Sanguinario è ora di tornare a casa.
Con troppi capi e troppo poco tempo, il Superiore Glokta sta combattendo un altro tipo di guerra. Una lotta segreta in cui nessuno è al sicuro e il tradimento è sempre in agguato.
Anche se i giorni della spada sono ormai lontani, almeno il ricatto, le minacce e la tortura non passano mai di moda. Jezal dan Luthar ha deciso che combattere per la gloria è troppo doloroso, così volta le spalle alla vita da soldato per dedicarsi a un'esistenza più tranquilla.
Ma la gloria ha la cattiva abitudine di coglierti alle spalle quando meno te lo aspetti.
Mentre il Re dell'Unione è sul letto di morte, i contadini si ribellano e i nobili si accapigliano per rubargli la corona. Eppure nessuno crede che l'Unione stia per essere colpita al cuore.
Solo il Primo Mago ha un piano per salvare il mondo, ma ci sono dei rischi. Dopotutto, non c'è rischio peggiore della violazione della Prima Legge...
Considerazioni.
Eccola finalmente, la conclusione della Trilogia della Prima Legge, iniziata con il Richiamo della Spade e proseguita poi con Non prima che siano impaccati (due capolavori a mio gusto).

Devo dire, che sono stata assolutamente soddisfatta del lavoro fatto con quest'opera da parte di Abercrombie, che è riuscito in un certo senso a spiazzarmi con il finale, destinando una fine inaspettata (almeno per la mia testolina) ai protagonisti di questa sua trilogia.
Tutto inizia partendo proprio dove l'autore aveva interrotto Non prima che siano impiccati e procedendo quindi - non avendo trovato al suo posto l'antico artefatto, il Seme - con il viaggio di Bayaz, di Luthar, di Logen Novedita, di Piedilungo, nonchè di Ferro, verso Adua.
Adua, come avevamo potuto indendere dai capitoli precedenti non si prospetta come un posto tranquillo e placido a cui giungere (tra barbari e quant'altro...) e proprio facendo ritorno ad Adua il gruppo si scioglie per ragioni che li conducono a strade tra loro distanti dal loro originario proposito:

- Bayaz se ne va per conto suo verso lidi sempre più ognti
- Luthar diviene re di Adua 
- Logen Novedita volge verso nord
- Piedilungo viene fagocitato dall'Inquisizione
- Ferro accanto al mago

Non spaventatevi però, in quanto tutte le loro vicende, così ritornate a essere singole e indistinte nel complesso, man mano, sotto le abili mani fantasiose (anche se sempre implacabili e cruenti) di Abercrombie torneranno ad essere un unico evento narrativo volto ad esplodere nella loro visione finale, dove i fili delle loro vite e dei loro scopo tornano ad intrecciarsi pronti a chiudere e rendere i conti al destino ...

 

Devo dire che Abercrombie, in questa trilogia, ha dimostrato una coerenza impressionante per i suoi personaggi, che letti al terzo romanzo, nonostante un certo (oserei direi obbligatorio) cambiamento, sono comunque sempre, al nucleo, quello che erano al primo romanzo. Se da un lato mi ha fatto iniazialmente pensare una incapacità di Abercrombie ad elaborare un'evoluzione dei suoi personaggi, in realtà mi ha poi fatto propendere ad una visione statica in questo senso da parte dell'autore, che ha voluto, a mio parere, non tanto narrare un'evoluzione evidente e preponderante dei personaggi da lui creati (o verso il buonismo, o il maligno, o una redenzione in qualunque senso) quanto piuttosto mostrare e rimarcare i diversi caratteri corrispondenti alle differenti nature umane presenti nel nostro animo, ma - ovviamente - portate all'estremo di tutto: avidità, malvagità, stupidità, egoismo, ecc...

Abercrombie rappresenta il destino dell'uomo visto come una parte ineluttabile e immodificabile dell'esistenza umana, che, mescolato alla natura umana - ridotta ai minimi termini, e non in positivo, allo stremo a causa delle battaglie, guerre e quant'altro - diventano un mix perfetto per rappresentare quello di cui, secondo la sua visione, l'uomo può essere capace, nel bene e nel  male, nella sua palese bontà quanto nella sua feroce bassezza e brutalità.

In questo senso non posso dire di aver trovato questo romanzo una "passeggiata", perchè se volete leggere un romanzo semplice, senza riflessioni imperiose e necessarie che vi chiedono pegno nel profondo dell'animo, avete sbagliato lettura. "L'ultima ragione dei re" di Joe Abercrombie è un romanzo che come un bisturi taglia, e fa male, brucia e incontra disgusto in quello che vede, ma è anche una panoramica su una natura umana che è sempre meglio non incontrare o far giungere al limite, che esiste e che fa pensare, nella sua bruttura e durezza.
Ma è un lato di cui mi è piaciuto leggere per il suo coraggioso modo di porsi, senza nascondersi dietro ideali che non ci sono, personalità che in realtà non esistono e scopi che più limpidi e lineari nella loro pervesione non hanno pari e che possono provenire solo da menti complesse e a volte ignote nei meccanismi, come quelle umane solo sanno essere.

Come penso abbiate capito dal quadro che vi ho appena proposto, per i personaggi non c'è molto scampo, in un certo senso, da loro stessi, che qui, in quest'ultimo capitolo, sono ghermiti dal destino e dalle scelte che hanno compiuto e devono pagare pegno per quanto hanno fatto. E se per alcuni, come Luthar, non si saranno grandi prospettive di salvezza o mutamento rispetto a quanto ha compiuto, ci saranno invece risvolti inaspettati per altri, come per Bayaz.



Insomma, sebbene alcune cose, in primis la scrittura di Abercrombie, mi sia risultata non sempre apprezzabilissima, ma assolutamente efficace ed efficiente, devo dire che sono rimasta soddisfatta dalle avventure e dalle storie che questa serie mi ha proposto e  per il modo in cui mi ha fatto riflettere ... in modo inconsueto e poco consono. Mi ha fatto vedere un'altra prospettiva del fantasy, che riesce sempre a stupirmi per i modi e racconti che riesce a fare di storie che a volte, anche se non spiccano per originalità, sono abilissime a colpire le problematiche che si agitano nell'animo umano, proponendo situaizioni che fanno riflettere e meditare profondamente.


Joe Abercrombie nasce a Lancaster nel 1974. E' il 2002 quando, allora studente di Psicologia all'Università di Manchester, pensa di scrivere una trilogia fantasy e inizia la stesura del primo episodio. Trasferitosi a Londra, lavora come montatore freelance e produttore di format televisivi di vario tipo e termina di scrivere quello che diventerà The Blade Itself. Dopo aver incassato lo scetticismo di alcuni degli agenti letterari più influenti del Regno Unito, Gollancz (storica etichetta britannica famosa per essere, tra gli altri, l'editore di George Orwell) ne acquista i diritti, vincolando Abercrombie a pubblicare l'intera serie per un giro d'affari a 7 zeri. A The Blade Itself (2007) seguono They Are Hanged e Last Argument of Kings (2008). La trilogia The First Law si rivela un enorme successo tra i lettori anglosassoni. The Blade Itself, in particolare, è un vero e proprio boomerang editoriale: Abercrombie viene riconosciuto come miglior nuovo scrittore fantasy ed è finalista al prestigioso "John Campbell Award", moltissimi Paesi inoltre acquistano i diritti del volume. Sempre Gollancz pubblica i romanzi - singoli e ambientati nello stesso mondo di The First Law - Best Served Cold (2009) e The Heroes (2011). Per maggiori informazioni: http://www.joeabercrombie.com/

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