Ok ho latitato, e non poco, ma non avevo molti spunti per scrivere. Una sorta di blocco della Blogger credo ... Ma ho sempre continuato a leggere, ho letto tanto, era un po' di tempo che non leggevo circa un libro al giorno, ma se posso trovare una cosa positiva di questo periodo storico, di questo stare a casa per necessità è proprio il fatto che sono riuscita a leggere diverse opere e scoprirne altrettante da leggere ancora.
Questo post è dedicato a queste mie letture, facendo brevi recensioni su quello che ne penso, in meno di dieci righe.
La passione, la tentazione, la fedeltà alle scelte:
una storia d’amore nella Londra contemporanea...
Un romanzo d’esordio che ha tutta la grazia, l’ironia e la saggezza
delle opere di Edith Wharton, Jane Austen ed Elizabeth von Arnim.
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La cugina americana
di Francesca Segal
Pagine 340
Prezzo 17,50 € Bollati Boringhieri Già disponibile
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Hampstead Garden, nordovest di Londra, è il quartiere della buona
borghesia ebraica, ricca, istruita, liberal, solidale: tutti conoscono
tutti, tutti frequentano tutti, tutti sono pronti a soccorrere chiunque
si trovi in difficoltà.
Adam e Rachel si conoscono da sempre, si amano
dall’adolescenza, e stanno per fidanzarsi. La comunità segue
l’evolversi della relazione da quando è nata, aspetta il matrimonio, i
figli. Tutto va come dovrebbe andare fino a quando, da New York, città
di liberi costumi e strane usanze, arriva Ellie, la cugina di Rachel:
bellissima, fragile, dolce, infelice, anticonformista. Ellie è una
sopravvissuta, come tanti dei membri anziani della comunità: non ai
campi di concentramento, ma alla morte della madre in un attentato
terroristico in Israele, e alla conseguente decisione del padre di
vagare per il mondo portando la piccola con sé.
Tra Adam ed Ellie è amore al primo sguardo. Entrambi
resistono, si evitano, si cercano, irresistibilmente attratti e
irrimediabilmente divisi. Fino a quando Adam, avvocato nello studio del
padre di Rachel, viene incaricato di risolvere la situazione
incresciosa, pericolosa, che Ellie si è lasciata alle spalle a New
York. I due sono costretti a incontrarsi, per lavoro, fino a quando una
malattia di Ziva, la nonna di Ellie e Rachel, fornisce ai due
innamorati impossibili l’occasione di infrangere le regole.
Nel romanzo di Edith Wharton che l’autrice prende esplicitamente a modello, L’età dell’innocenza,
la comunità dalle regole ferree è la New York di fine Ottocento e la
società disinvolta quella dell’Europa aristocratica. Francesca Segal
rovescia le tavole e ci regala un delizioso romanzo ricco di suspense e
venato di ironia: suspense per l’evoluzione dell’amore proibito, e
tenera, indulgente ironia per le usanze e le regole della comunità
ristretta, descritta con una profusione di particolari che impedisce di
staccare gli occhi dalla pagina.
«Un romanzo pieno di momenti indimenticabili».
Publishers Weekly
Il book trailer:
Incipit:
Per l’occasione, Adam aveva comprato un abito nuovo. A lungo indeciso
fra un elegante doppiopetto nero gessato e un più tradizionale due
bottoni di lana blu navy, dopo un attento esame aveva scelto il completo
blu. Sembrava più adatto a un uomo che si era appena fidanzato. E
adesso, in sinagoga con indosso l’abito, stava esaminando le vetrate
istoriate che proiettavano una luce screziata, di un rosa chiaro e uno
zaffiro ancora più tenue, sui volti imbellettati nella galleria delle
donne. Le vetrate erano tre – un candelabro dorato con fiammelle rosse
per la festa di Chanukkà; un arcobaleno in un cielo cobalto, con bianche
colombe piombate che scendevano in picchiata sotto la
volta; e una terza vetrata con palme verde acido a incorniciare le due
tavole argentee e smussate del Decalogo, sovrastate da uno sprazzo di
sole arancio e limone. Sotto quest’ultima, Rachel Gilbert, seduta tra la
madre e la nonna, guardava assorta il pulpito. A quel punto lo sguardo
di Adam abbandonò le vetrate e si posò su di lei. Stavano insieme da
quando avevano sedici anni – dodici anni l’estate appena passata. Per
dodici anni era stata la sua ragazza, e adesso, da una
settimana, era la sua fidanzata. Ed era tutto diverso. Non avrebbe mai
potuto presagire il cambiamento profondo e indescrivibile che era
scattato in lui quando aveva visto brillare all’esile dito di Rachel
l’anello per il quale si era a lungo tormentato. Era qualcosa che andava
oltre il possesso, l’unione, l’amore. Era fiducia assoluta. Era
certezza, e la promessa che questa certezza sarebbe
stata per sempre. Accanto a lui, Jasper Cohen si mosse
all’improvviso, spostando il peso sotto le pieghe dello scialle bianco
da preghiera. «C’è la cugina di Rachel». Gli diede una gomitata secca
tra le costole e fece un cenno verso la balconata dove le donne della
famiglia Gilbert erano schierate su una panca di mogano, le acconciature
impeccabili e l’espressione contemplativa. La madre di Rachel, Jaffa
Gilbert, era la più vicina
al rabbino; un berretto verde celava i capelli corti
tinti con l’henné, e gli occhiali dalla montatura rossa con la catenella
di plastica giacevano sul balconcino vellutato dell’ampio petto.
Accanto a lei Rachel, contegnosa nell’abito di seta antracite a collo
alto, aveva gli occhi fissi sulle mani, il viso in parte nascosto dalla
fluente cascata di capelli scuri. La nonna di Rachel, Ziva Schneider,
sedeva sull’altro lato e scrutava il testo adagiato in grembo con una
smorfia di concentrazione, o di scetticismo. E poi c’era la cugina,
Ellie Schneider.
«E allora?»
«Non mi avevi detto che era tornata da New York».
«Non sapevo che ti interessasse».
«Sapere che una modella si presenterà mezza nuda alla
shul mi interessa eccome». Jasper si sporse oltre Adam per vedere
meglio. «Dio, quanto è alta. Serve la scala per arrivarci».
«Supera il metro e ottanta».
«Troppo alta per me. Tu potresti gestirla».
Jasper sfogliò un paio di pagine del libro delle preghiere senza guardarle.
«Cosa stiamo aspettando a procurarci quel film porno che ha fatto?»
«È un film d’essai» sibilò Adam. Da tempo aveva fatto il
callo all’indelicatezza di Jasper, eppure in quell’occasione si allarmò.
Le voci che circolavano sul conto di Ellie Schneider non erano affar
suo, ma non voleva che la congregazione considerasse la cugina della sua
fidanzata una pornostar. Jasper sbuffò rumorosamente. Tutto quello che
faceva era rumoroso. Non era abbastanza sicuro di sé da credere che
qualcuno gli avrebbe prestato attenzione se non si fosse reso
ineludibile.
«Un porno d’essai, forse. Ho visto qualche spezzone su YouTube, amico. È roba spinta. Dobbiamo ordinarlo».
«No». «No non è un porno, o no non dovremmo ordinarlo?
Gideon ha detto che hanno censurato mezz’ora della versione finale, ma
negli Stati Uniti quella integrale si trova ancora». «Non l’ha detto
Gideon, l’ho detto io. Rachel ci è rimasta male». «Be’ in ogni modo, se
la Columbia l’ha sbattuta fuori per questo vuol dire che c’è qualcosa
che vale la pena vedere». «Ssst» tagliò corto Adam aggrottando la
fronte. E non era
il solo, notò. Di norma gli uomini nelle ultime file
erano autorizzati, anzi incoraggiati a sostenere conversazioni a bassa
voce, a patto che il contenuto fosse di un certo interesse per quanti
erano in ascolto. Il calcio, in particolare, era uno degli argomenti
prediletti. Nei Giorni del Pentimento le funzioni si protraevano,
comprensibile che la gente cercasse un diversivo. Ma intavolare una
discussione sulla pornografia durante il Kol nidrè – l’inizio dello Yom
Kippur, e un incanto spirituale non indifferente – era una sfida
all’umana indulgenza.
La congregazione avrebbe osservato il digiuno fino al tramonto del
giorno seguente; doveva essere un momento di espiazione.
Che cosa ti ha affascinato della storia dell’Età dell’innocenza?
Non avevo intenzione di riscrivere un classico, l’idea
mi è venuta, del tutto per caso, quando, qualche anno fa, mi sono
trasferita da Londra a New York. Ho cominciato a fare quel che faccio
sempre quando mi trovo in una città nuova: leggere quanto più possibile
di quel luogo. Così mi sono immersa nei classici newyorchesi: tutto
Henry James, poi Edith Wharton e quindi, naturalmente, L’età dell’innocenza.
Forse perché, ormai lontana da Londra da circa sei mesi, avevo avuto
tempo per riflettere, non appena lessi quella stupenda scena d’inizio,
con il pubblico all’opera più interessato a spettegolare che ad
ascoltare l’aria del Faust, pensai «Proprio come in sinagoga!» A quel punto l’impulso a scriverne era già irrefrenabile.
Puoi spiegarci perché hai scelto la citazione
da Edith Wharton: «Nella rotazione delle messi esisteva una stagione
precisa per l’avena selvatica: ma non veniva seminata più di una
volta».
Adoro quella frase. Credo che interpreti tutte le
costrizioni e le ipocrisie dell’alta società newyorchese di
quell’epoca. Un po’ di gioco amoroso da parte dell’uomo era messo in
conto, ma sarebbe stata una catastrofe se l’avesse fatto una donna. E
comunque c’era un limite per tutti, ogni libertà permessa era
circoscritta e regolata. Ti diverti un po’ – pochissimo – poi ti sposi e
fai esattamente quel che ci si attende da te. Che claustrofobia!
Le prime recensioni al tuo libro parlano spesso
di «pagine piene di saggezza». Ma dove ritieni che stia la saggezza in
questa storia?
Chissà se sono davvero saggia, almeno un po’! Credo –
spero – che i recensori abbiano notato una certa sincerità nel
descrivere cos’è un rapporto d’amore; con i conflitti e le ambiguità
che necessariamente accompagnano la scelta di condividere una vita
intera con un’altra persona.
E dunque l’amore è sempre difficile, complesso?
Non credo che l’amore sia sempre difficile. Anzi,
innamorarsi è spesso facile, accade senza troppo sforzo. Non
bisognerebbe lottare per stare bene con qualcuno a tutti i costi. Ma
complesso sì, credo che l’amore sia una faccenda molto complessa. Una
storia vera, che abbia la forza e la profondità di durare tutta una
vita, è per definizione complessa.
l'autrice
Londra-New York, due mondi diversissimi. Per tua esperienza, qual è la maggiore differenza nelle relazioni d’amore?
Non saprei dire per quanto riguarda una vera, seria
relazione d’amore, ma ritengo, vedendo le mie amiche americane, che il dating
newyorchese sia una pratica terrificante. A Londra, è sottinteso che
se un uomo ti porta fuori a cena – anche soltanto a cena – non porti a
cena un’altra la sera successiva. Si passa del tempo con una persona
alla volta, ci si conosce, e ci si aspetta una certa esclusività anche
prima che la relazione diventi intima. Per me è inconcepibile che un
uomo ti inviti a passare il week end con lui e, se non si è dichiarato
esplicitamente, inviti qualcun’altra il week end successivo! Lo trovo
un modo di fare troppo stressante, mi fa sentire a disagio. In questo
sono all’antica.
Anche tuo padre era scrittore (Erich Segal, l’autore di Love Story, n.d.r.). Quale, tra i suoi insegnamenti, ti è più caro?
Tutti, davvero, adesso che non è più qui con me. Darei
qualunque cosa per poter fare ancora una chiacchierata con lui sulla
scrittura. Ma immagino di essergli particolarmente grata per le basi
che mi ha dato. Mi ha insegnato ad amare il linguaggio fi n da
piccolissima; prima di addormentarmi, mi leggeva le poesie di Ogden
Nash, e.e. cummings, Poe, scrittori più adatti a un pubblico adulto ma
con un ritmo e un senso dell’umorismo che incantano i bambini. E mi ha
insegnato a guardare ai classici come punti di riferimento. E che
bisogna abbassare la testa e lavorare, sempre – ripeteva spesso la
tipica frase di Brooklyn shake ass, come dire, muovi il ...!
Francesca Segal collabora come giornalista
e critico letterario a numerose testate tra cui «Granta», «The Guardian», «The Observer», «The Daily Telegraph»,
«Financial Times Magazine», «The Tatler»
e «The Jewish Chronicle». Per tre anni ha tenuto la rubrica dell’«Observer» dedicata alla narrativa
d’esordio. La cugina americana è il suo primo romanzo.