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giovedì 22 dicembre 2016

“Caffè & Chiacchiere con Emma”

Ecco che oggi, proprio con l'avvicinarsi del Natale, torna a sorpresa una rubrica molto gradita da voi lettori/lettrici, con un bellissimo racconto natalizio!!!

Vi lascio alla lettura del post e vi auguro un buon proseguimento!!!

Care amiche,

dopo una lunga assenza riapro questa rubrica dedicata a voi con un racconto ispirato al Natale, con il quale desidero augurarvi tanta gioia e serenità!!!
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Un bacio sotto il vischio
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Luca era il mio idolo, ai tempi del liceo, quando ero una ragazzina piuttosto insignificante con l’apparecchio ai denti, gli occhiali e piatta come una tavola. La tipica studentessa secchiona e bruttina che nessuno si fila.
   Lui, invece, era già un gran fico e le ragazze lo adoravano.
   La sua indifferenza mi faceva soffrire e avrei dato qualunque cosa pur di ricevere un suo sguardo, un sorriso, una parola gentile. Mi batteva forte il cuore ogni volta che lo incontravo nel corridoio, sempre circondato dalla sua piccola corte di ammiratrici, ed ero talmente emozionata da non riuscire a spiccicare parola. Insomma, non ero soltanto bruttina, ero anche timida come un coniglietto. Si sa, l’adolescenza è un periodo di affanni e tormenti, ma per me era uno stillicidio quotidiano di angoscia.
   Col tempo il mio aspetto era molto migliorato, ma dopo il diploma Luca era scomparso dal mio orizzonte e non era altro che un pallido ricordo. I problemi sentimentali dei quindici anni erano ben poca cosa, al confronto dei problemi esistenziali di una trentacinquenne divorziata e delusa decisa a rimanere single, con una sorella felicemente sposata che non perdeva l’occasione di ricordarmi quanto fosse importante la famiglia e che dovevo darmi una mossa se non volevo fare la fine di zia Renata. A dire la verità, non ritenevo che la zia fosse da compiangere. Alla soglia dei settanta anni era piena di vitalità, viaggiava e aveva un sacco di amici con cui si divertiva, oltre ad avere un aspetto sempre molto curato e sembrare più giovane della sua età. Ma Lidia era convinta che in realtà fosse infelice e mi dava il tormento perché non seguissi il suo esempio. Era del parere che il mio matrimonio fallito non dovesse condizionare le mie scelte, che il mondo fosse pieno di uomini con cui avrei potuto avere una relazione seria e duratura, che chiudermi dentro un bozzolo era autolesionista.
   Armata delle migliori intenzioni, mia sorella voleva a tutti i costi trovarmi marito. Con o senza la mia approvazione.

Si avvicinava il Natale e Lidia decise di organizzare il tradizionale cenone della Vigilia nella sua casa di campagna.
   Ovviamente mi chiese di aiutarla. Lidia non è il tipo di sorella che si preoccupa di chiedere se hai altri impegni. Nel momento in cui decide di fare qualcosa e ritiene di avere bisogno di te, dà per scontato che tu sia a disposizione.
   «Mi dispiace, ma non posso venire.»
   «Come sarebbe che non puoi venire?»
   «Significa che vado a cena coi miei amici. Sono sicura che per una volta potrai fare a meno di me.»
   «Dai, sorellina, non essere egoista. Gli amici sono forse più importanti della tua famiglia?»
   «Certo che no, ma ho promesso sarei andata e non mi va di rinunciare.»
   «Ma è il cenone della Vigilia e l’abbiamo sempre celebrato insieme.»
   «Appunto.»
   «Te lo chiedo per favore, Bianca, vieni e non te ne pentirai.»
   A quel punto capii di non avere alternative. «D’accordo, vengo.»
   «Oh, grazie! Mi raccomando, sta’ attenta e guida con prudenza. A presto.»
   Due minuti dopo telefonai a Laura per avvisarla della mia defezione con la scusa che avevo l’influenza, poi con un sospiro esasperato infilai un po’ di cose in una borsa, salii in macchina e partii.
   Conoscevo la strada che portava all’eremo di mia sorella, ma nevicava ed ero irritata perché le avevo permesso di nuovo di interferire nelle mie faccende personali, così rimuginando fra me dimenticai di svoltare al bivio e passai oltre. Mi accorsi di aver sbagliato solo dopo parecchi chilometri, quando arrivai in un piccolo paese. Per fortuna c’era un bar sulla piazzetta e, lasciata la macchina, entrai per chiedere indicazioni. I pensionati che giocavano a carte furono molto disponibili a fornirmele. Anzi, me ne diedero tante e così diverse fra loro che mi confusero le idee. Una però mi fu chiara: dovevo fare il giro del paese e tornare indietro fino al bivio.
   Ripresi il viaggio, più avventuroso del previsto, e man mano che mi avvicinavo alla meta in mezzo al fitto vorticare della neve, il mio stato d’irritazione cresceva. Era ormai buio quando abbordai la salita che conduceva alla casa, un vecchio casale ristrutturato, e nonostante le gomme antineve l’auto incontrò qualche difficoltà ad arrancare fino alla sommità del cocuzzolo, dove una profusione di luminarie natalizie mi diedero l’impressione di trovarmi in un Luna Park.
   Posteggiai sullo spiazzo a fianco di altre auto, scesi e mi diressi al portoncino d’ingresso decorato con ghirlande e fiocchi rossi. Venne ad aprirmi Lidia.
   «Ah, finalmente sei arrivata! Mi hai fatto stare in pena. Perché non hai avvisato del ritardo?»
   Non mi diede il tempo di spiegare e mi trascinò dentro. Mio cognato Alberto mi riservò un’accoglienza più calorosa.
   «Non badarle, è la solita brontolona. Siamo contenti che tu sia venuta.»
   I bambini, ne contai alcuni in più del numero di nipoti a cui ero abituata, mi circondarono strillando. Il mio sguardo disperato impietosì Alberto.
   «Fate i bravi e andate di là a giocare», ordinò guadagnandosi la mia gratitudine. I marmocchi obbedirono e mi rilassai un poco. «I nostri amici sono arrivati ieri», si sentì in dovere di spiegarmi. «Lidia ha tanto insistito perché venissero a passare il Natale qui coi figli.»
   «Lo immagino», sospirai rassegnata.
   «Ma cosa fai lì impalata?» intervenne Lidia. «Porta di sopra la borsa e torna subito. Devi salutare gli amici e aiutarmi a cucinare. Ah, sai chi ho invitato al cenone?» Non lo chiesi e aspettai con un leggero brivido che mi svelasse l’arcano. Lei fece una pausa ad effetto e sorrise sorniona. «Luca Brandi.»
   Sgranai gli occhi, fingendo di non aver capito. «Luca chi?»
   «Luca Brandi, il tuo vecchio compagno di liceo. Non dirmi che te lo sei dimenticato.»
   «Lo ricordo benissimo», replicai. «Ma cosa viene a fare? Credevo fosse una festa in famiglia.»
   «Ma sì, tesoro, è una festa in famiglia un po’ allargata. Sarà carino.»
   La sua idea di “carino” non coincideva con la mia, ma ormai non c’era rimedio. Rivedere Luca era l’ultima cosa che desideravo e mi venne il sospetto che Lidia l’avesse invitato apposta. Soltanto a lei poteva venire in mente un piano così diabolico per costringermi a riaprire un capitolo della mia vita chiuso da anni. Qualunque cosa stesse tramando, decisi che non l’avrei assecondata.
   Più tardi, mentre eravamo in cucina indaffarate e Alberto intratteneva la torma di bambini scatenati e i rispettivi genitori, Lidia mi raccontò dell’incontro con Luca.
   «L’altro giorno facevo la spesa al supermercato e a un tratto, roba da non credere, ecco che un carrello si scontra col mio e…chi è che lo spinge?»
   «Fammi indovinare: Luca?»
   «Proprio lui. Ovviamente ci siamo fermati a scambiare due chiacchiere. Figurati, dopo tutti questi anni ce n’erano di cose da dire. Fra l’altro, mi ha chiesto tue notizie e sembrava molto curioso. Gli ho detto che sei divorziata e che al momento non hai legami, e lui mi ha confidato di non essersi mai sposato. Mi ha fatto pena, poverino.»
   «Gli dovevi proprio raccontare i fatti miei?»
   «Bé, che c’è di male? Avessi visto come gli brillavano gli occhi parlando di te!»
   «Ma se neanche mi vedeva, quando andavamo al liceo.»
   «Non è vero. Mi ha confessato d’aver sempre provato…simpatia nei tuoi confronti.»
   «Certo, come no», borbottai tagliuzzando rabbiosamente le patate. Avrei strozzato Lidia volentieri per quanto era bugiarda.
   «Perché quel muso lungo? Pensavo che ti avrebbe fatto piacere rivedere il tuo primo amore.»
   «La mia prima e cocente delusione, vorrai dire!»
   «Eri soltanto una ragazzina, allora, e molte cose sono cambiate. Dovresti essermi grata, invece di essere così acida.»
   «Mi dispiace, ma non ci riesco. Mi hai rovinato il Natale con questo assurdo incontro combinato a mia insaputa.»
   «State litigando, ragazze?» chiese Alberto venuto a curiosare.
   «No, amore», rispose Lidia svenevole. «Abbiamo solo qualche divergenza, tutto qui.»
   «Meno male, ero preoccupato. A che punto è la cena? Di là sono tutti affamati.»
   «Siamo un po’ in ritardo, ma puoi cominciare a servire gli stuzzichini.» Gli indicò il grande vassoio posato sul tavolo.
   «Quante cose appetitose», commentò Alberto.
   «Per te e i bambini ci sono carote e sedani.»
   Lui si avvicinò per darle un bacio sulla guancia. «So che ti sta a cuore la mia salute, ma credo che farò uno strappo alla regola.»
   «Va bene, ma non esagerare», raccomandò Lidia.
   Alberto mi fece l’occhiolino e se ne andò con gli stuzzichini, accolto da una standing ovation da fare invidia a una rockstar.
   «Speriamo che avanzino qualcosa per noi», osservai con un sospiro.
   «Tranquilla, ne ho messo da parte un altro vassoio.»
   Nel linguaggio segreto di mia sorella equivaleva a un’offerta di pace.
   «Credo che ti perdonerò per aver invitato Luca.»

Il giorno seguente, dopo una serie interminabile di partite a Monopoli, arrivò il momento cruciale: la sera della Vigilia.
   Avevamo cucinato per gran parte della giornata ed ero quasi esausta, ma l’effetto della tavola apparecchiata con le candele rosse, dell’albero decorato e luccicante, del caminetto acceso, era assai piacevole.
   Lidia aveva disseminato rametti di vischio dappertutto e gongolava soddisfatta. I bambini strepitavano, impazienti di aprire i regali, e noi aspettavamo l’arrivo dell’ultimo ospite sorseggiando vino e assaporando l’atmosfera natalizia con un senso di intima gioia che, nel mio caso, si mescolava a una sfumatura di ansia.
   Indossavo un abito rosso e piuttosto aderente. Coi capelli raccolti e un filo di perle mi sentivo bella. Mi chiesi di sfuggita se Luca era cambiato. Probabile che lo fosse, ma fino a che punto era diverso da come lo ricordavo? Magari era stempiato, pensai divertita.
   Poi arrivò, accompagnato da una raggiante Lidia, e il mio cuore cominciò a dare segnali allarmanti. Avevo le palpitazioni come a quindici anni. Lui era ancora più affascinante e no, non era stempiato. Mi mancò il respiro quando incontrai i suoi occhi verdi, esattamente come al liceo, e la mano che strinse la sua era un ghiacciolo. La trattenne qualche istante e sorrise. Sorrisi di rimando e il suo sguardo si posò sui miei denti perfetti e bianchissimi, prima di indugiare sulla mia figura curvilinea e molto sexy.
   «Sono felice di rivederti, Bianca. Tua sorella mi ha parlato di te, ma non mi ha detto quale trasformazione hai subito. Sei davvero molto bella.»
   «Grazie. Anche tu non sei tanto male», risposi.
  Lidia lo presentò agli altri, gli porse un bicchiere di vino e lo riportò da me.
   «Avrete tante cose da dirvi, dopo tutti questi anni», disse lasciandoci.
   Le avevamo? Certamente sì, ma non ce le saremmo raccontate quella sera. Stavamo comunicando senza parlare, assaporando le sensazioni che il ritrovarci a distanza di tanto tempo ci procurava. Gi sguardi, i sorrisi che ci scambiavamo, le mani che si sfioravano mentre prendevamo dai vassoi le tartine, dicevano ciò che le nostre labbra tacevano. Eravamo come isolati in un mondo tutto nostro e quasi stentavo a credere che accadesse davvero.
   Lidia era assorbita dai compiti di padrona di casa, ma captavo le sue occhiate di sfuggita, la sua aria di approvazione. Stranamente non mi diede fastidio, anzi provai un inatteso sentimento di gratitudine nei suoi confronti.
   «Sono contenta che tu sia qui», sospirai.
   «Lo sono anch’io. Ti confesso che in un primo momento ero tentato di non accettare l’invito, ma tua sorella è molto persuasiva quando si prefigge di ottenere qualcosa.»
   Scoppiai a ridere. «Non lo dire a me!»
   «Mi piace il suono della tua risata.»
   Incontrai di nuovo i suoi occhi e mi sentii persa.
   Lidia si affacciò sotto l’arcata che introduceva alla sala da pranzo e attirò la nostra attenzione.
   «A tavola, ragazzi!»
   Fummo preceduti dai bambini e dagli altri, a cui ci accodammo. Appeso all’arcata c’era un grande ramo di vischio e passandovi sotto Luca gli gettò un’occhiata, poi fece qualcosa di inaspettato: mi diede un bacio.
   «Per buon augurio», sussurrò. «Buon Natale, Bianca.»
   Le mie guance dovevano avere lo stesso colore del vestito che indossavo e tutti ci guardavano. Non li volli deludere e sorrisi.
   «Buon Natale anche a te, Luca.»
   Lo presi a braccetto e insieme entrammo in sala da pranzo.
   Adesso ero certa che sarebbe stato un magico Natale. Il primo di una lunga serie.

#winter, #winter,  #winter.:
    
   Un abbraccio dalla vostra
Emma.




giovedì 4 settembre 2014

Caffè & Chiacchiere con Emma ...




Care amiche,
vi do il bentornato nel nostro salotto virtuale, benché forse dovreste essere voi a darlo a me, vista la mia prolungata assenza.

   Volevo essere più assidua, ma non sempre riesco a rendere concrete le mie intenzioni e così, fra un impegno e l’altro, il tempo passa. Dai un’occhiata al calendario e ti accorgi che è Ferragosto. Anzi, che siamo già oltre e che le vacanze, se abbiamo avuto la fortuna di farle, sono purtroppo finite. Che questa estate capricciosa e incerta volge al termine e che i buoni propositi non sono stati realizzati, almeno non tutti.
   Adesso però basta con le scuse e passiamo al tema con cui vi voglio intrattenere.
   Un tema che, sono sicura, interessa le amiche scrittrici e quelle che aspirano a diventarlo e che riguarda un personaggio importante nell’ambito dell’editoria, cioè

 L’Editor, questo sconosciuto”.

   In realtà, credo che tutte sappiamo chi sia o che almeno ci siamo fatte un’idea del suo ruolo, o del ruolo che dovrebbe avere, perché in genere è proprio sotto le sue “Forche Caudine” che bisogna passare per ottenere la sospirata approvazione del romanzo che ci è costato tanto impegno, che magari non ci ha fatto dormire la notte, che nei momenti più impensati e inopportuni ci ha assillato.

Il compito dell’editor è, dicevo, di leggere la nostra storia, trovarci difetti che ci sono sfuggiti, indicarci il modo di migliorarla e renderla appetibile al pubblico, che è poi lo scopo per cui si scrive.
   In teoria, superato l’esame dell’editor, non dovrebbero esserci ostacoli per la pubblicazione del nostro libro e in linea di massima è così.
Però dobbiamo tenere conto che esistono specie diverse di editor, i quali dopo tutto sono esseri umani e quindi umorali, che possono non avere voglia di sciropparsi la nostra storia perché è la centesima che gli è arrivata sulla scrivania, che quel mattino hanno litigato di brutto col marito (o la moglie), perché il traffico sul raccordo anulare o la bretella era allucinante o non sono riusciti a trovare posto a sedere sulla metro, perché, infine, gli girano a livelli stratosferici e odiano il nostro romanzo per il solo fatto che è lì, esiste e gli ricorda di dover svolgere un lavoro che, bene o male, gli fa portare a casa lo stipendio, ma questo non significa per forza che lo debba amare.
   In base alla mia esperienza gli editor si suddividono in tre specie principali:
   1 L’editor scrupoloso.
   2 L’editor impiccione.
   3 L’editor fannullone.

   L’editor scrupoloso è in via d’estinzione e dovrebbe rientrare nelle specie protette. La sua sopravvivenza è determinante per l’autore, in quanto non solo legge con attenzione il romanzo, ma si premura di rilevarne gli eventuali difetti e di chiederne la correzione. Apre una vera e propria attività di collaborazione con l’autore, fornisce suggerimenti, indicazioni, diviene una sorta di mentore che accompagna lungo il percorso di rielaborazione del testo, laddove sia necessario, rispetta il lavoro e si guarda bene dal metterci le mani. Con un editor di questo tipo si crea spesso un rapporto di fiducia; a lui ci rivolgiamo per dirimere i dubbi, ne cerchiamo il consiglio e l’approvazione. Si lavora in tandem e con reciproco piacere, perché entrambi perseguiamo il fine ultimo: realizzare una bella storia.

L’editor impiccione, per fortuna, è una specie non molto diffusa ma capace di combinare guai irreparabili.
   Presuntuoso ed egocentrico, si pone al di sopra dell’autore e lo considera manovalanza. E’ il tipo a cui piace manipolare e manomettere il romanzo. Quello che non interpella l’autore quando interviene sul testo e lo mutila senza pietà. Non usa il bisturi, incurante com’è della delicatezza richiesta dall’intervento, ma si serve dell’accetta e taglia, stravolge, inserisce paragrafi a proprio arbitrio. L’autore non ha voce né volontà in questa opera di sistematica modifica e alterazione del suo lavoro. Le sue eventuali lagnanze sono ignorate in modo spudorato. La sua mancanza di riguardo rasenta la maleducazione e, come se non bastasse, sostiene che grazie a lui il libro è destinato ad avere successo. Salvo che, quando poi non l’ottiene, scarica tutta la responsabilità sulle spalle dell’autore, chiaramente un incapace.
   Con un tipo simile non si riesce a collaborare. Non gli interessa creare un rapporto, se non di totale sottomissione da parte dell’autore alla sua autorità suprema. Consiglio, se mai aveste la sfortuna di imbattervi in questa specie di editor, di ritirare il romanzo seduta stante e cercare un altro Editore.

L’editor fannullone è la specie che si sta diffondendo negli ultimi tempi, che trova fertile terreno presso le grandi case editrici e prospera a discapito degli autori.
   Una sorta di parassita, editor soltanto di nome ma non di fatto, che vuole gli presentiate un’opera perfetta, senza sbavature o difetti, che raramente legge di persona il materiale, ma delega altri a farlo e appena le maestranze indicano una pecca, subito lo cestina. Non vuole dovervi interpellare per segnalarvi che il romanzo è interessante, ma che dovreste apportare qualche modifica. Potrebbe trattarsi della storia più bella che sia mai stata scritta, ma se servono interventi lui la rifiuta e non si prende il disturbo di fornire spiegazioni. Un laconico comunicato in cui informa che il romanzo non ha incontrato l’approvazione ed è quanto.
   Editor così mi fanno tanta tristezza. Purtroppo non si rendono conto di essere pessimi rappresentanti di una categoria e quindi di arrecare nocumento alla medesima. Pure loro, come l’editor impiccione, hanno scarso rispetto per l’autore. L’impiccione pecca per eccesso, questi per difetto, indifferenza, apatia. C’è il rischio che diventi un’infezione virale, ma mi auguro che l’editor scrupoloso sviluppi gli anticorpi necessari a combatterla.
  
Spero di avervi chiarito le idee sul ruolo dell’editor e sul fondamentale compito che svolge, quando è un serio professionista, nell’editoria.
   E sì, ci ho anche scherzato un poco.

Un abbraccio virtuale dalla vostra Emma e alla prossima.
  

sabato 3 maggio 2014

“Caffè & Chiacchiere con Emma”



Care, amiche, bentornate nel nostro salotto virtuale.

Innanzi tutto mi scuso per avervi trascurate tanto a lungo, ma non sempre riesco a tenere il passo con i molteplici impegni che riempiono le mie giornate e, qualche volta, anche la Super Emma arranca.
Ma adesso bando alle ciance e partiamo per la nostra nuova avventura…

Oddio, magari proprio nuova non è dato che voglio parlarvi di un libro uscito ormai da parecchio, però le belle storie non hanno età e potrebbe venirvi voglia di rileggerlo.
Il romanzo di oggi è: “Il Cacciatore di Dote” della mia collega e cara amica Ornella Albanese.
Ornella è una scrittrice fantastica. D’altronde, tutti i premi e i riconoscimenti che ha ricevuto nel corso della sua carriera provano quanto sia seguita e amata. Quanto la sua straordinaria capacità di raccontare storie sappia incantare e far sognare. Intrecci avvincenti, personaggi affascinanti, ricostruzioni storiche sempre fedeli e attente ai particolari. Attraverso la sua magia possiamo rivivere il passato, che sia molto lontano nel tempo o più vicino a noi non ha importanza, perché lei possiede il talento di trasportarci nei mondi che crea e renderli reali.

E ora mettiamoci comode e cominciamo il nostro viaggio.

 




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Il cacciatore
 di dote 
di Ornella Albanese
pagine 300 circa
prezzo 4.20
I romanzi Mondadori
già disponibile
--o--






La trama:
Sommerso da debiti, il conte Lupo Sanminiati ha solo un modo per evitare la prigione: trovare al più presto una moglie ricca. Con una lista di giovani aristocratiche adatte allo scopo, il nobile si reca a una festa danzante e dà inizio alla caccia. Ma le voci del suo dissesto finanziario, purtroppo, si sono già diffuse rendendo vano ogni sforzo.

Tutto sembra perduto, finché si fa avanti Aurea del Poggio, che Lupo non aveva preso in considerazione perché troppo insignificante. La ragazza gli propone l’accordo che lui desidera, però fin dalla prima notte di nozze si troverà impreparata a fronteggiare il tipo di vita che l’aspetta a fianco del marito.

E l’unica soluzione possibile ferirà profondamente Lupo, rischiando di compromettere il futuro di entrambi…
 

Attraente, libertino, giocatore incallito, sfrontato, vanesio e assillato dai creditori, Lupo tutto sembra fuorché il tradizionale eroe di un romance. All’inizio può risultare persino poco simpatico per la propria maniacale – sia pure dettata dalla necessità – ricerca di una moglie ricca. Freddo e calcolatore, crede di essere irresistibile e non nutre il minimo dubbio di riuscire a conquistare con le ben collaudate armi della seduzione un’ereditiera che lo farà uscire dai guai. E’ un arido opportunista, astuto, intelligente ma cinico, sottovaluta i sentimenti, votato a una narcisistica devozione verso se stesso.

Diciamo la verità, non è tutta colpa sua. Qualche attenuante per così tanti difetti gliela possiamo pure concedere. Senza madre, morta prematuramente in preda alla follia, con un padre più dissoluto di lui reso invalido da un colpo apoplettico, Lupo non aveva molte chance di diventare un ragazzo a modo. Consumato dall’odio per il padre che ha portato alla rovina la famiglia, Lupo si è lasciato travolgere in una spirale di rabbiosa determinazione a fare di peggio e, come si sa, la strada della perdizione è a senso unico.

Però, con lo spettro della prigione per debiti che lo tormenta, un barlume di pentimento si fa strada nel suo animo. Non è ancora una vera e propria decisione di redimersi; più che altro è un proposito, un’intenzione e un auspicio. Se riuscirà a sposare una ragazza ricca farà in modo di ravvedersi.

L’impresa tuttavia si profila ardua. Le ragazze non sono così sprovvedute da farsi incantare da lui. Conoscono bene la sua situazione e, ancora meglio, la conoscono i famigliari. Nessun genitore assennato lo vorrebbe come genero. Lupo si arrovella. Ormai è alle soglie della disperazione e non sa più a che santo votarsi. Ma ecco che d’improvviso si presenta l’insperata soluzione a tutti i suoi problemi nella forma di una ragazza che non aveva preso in considerazione: Aurea del Poggio.

Aurea non è particolarmente bella, ma è ricca e abbastanza audace da proporgli il matrimonio. Un matrimonio di convenienza con clausole ben precise che entrambi i contraenti saranno tenuti a rispettare. Lo zio di Aurea, Ferrante, non manca di sottolinearlo.

Così Lupo e Aurea si sposano e tutta Firenze ne parla. Soprattutto coloro che conoscono i trascorsi burrascosi del giovane e che sono pronti a scommettere che non funzionerà. Inclusa Fiamma, ferita per essere stata lasciata ma non disposta ad arrendersi.

Mentre Lupo, in veste di marito, si crogiola nei nuovi propositi e comincia a intravedere qualche attrattiva nella sposa, la presenza di Fiamma al ricevimento di nozze provoca il disastro. Quando Lupo, non senza emozione, si presenta nella camera nuziale riceve il più gelido dei benserviti. Aurea gli offre il denaro che gli permetterà di pagare i debiti, ma dichiara senza mezzi termini che non vuole vederlo mai più. Invano lui tenta di giustificarsi. La timida ragazza si è trasformata in una donna orgogliosa, altera e sprezzante che lo mette alla porta.

Lupo non ha scelta. Non può neanche prendersi la soddisfazione di gettarle in faccia il denaro. Se ne va umiliato e ferito come mai prima
E Aurea esce dalla sua vita.

Poi, a un anno di distanza, gli arriva una laconica comunicazione che gli annuncia lo scioglimento del matrimonio. Lupo è di nuovo libero, ma l’essere stato liquidato a quel modo gli brucia. Non riesce a darsi pace. La sua vita non è serena, sebbene ora possa permettersi una certa agiatezza. Persino l’odio nei confronti del padre si è stemperato in una pacata compassione. E’ cambiato, ma sente gravare su di sé il peso dell’insoddisfazione, del rimpianto. Stanco e amareggiato, si sente più vecchio dei suoi anni. Si è praticamente isolato dal mondo, lui che era un instancabile frequentatore di balli e feste, e gli inviti che nonostante tutto continuano ad arrivargli sono più che altro motivo di tristezza.

Un giorno, però, improvvisamente com’era scomparsa, Aurea torna.

Lupo viene a saperlo da un amico e la notizia lo scuote dall’apatia. Dopo aver cercato di cancellarla dalla propria mente, di rimuovere il sia pur vago ricordo del matrimonio, ecco che riappare e si affaccia con prepotenza nei suoi pensieri. E la ferita inferta al suo orgoglio brucia di nuovo. Ma forse non è soltanto orgoglio, bensì la somma dei sentimenti contrastanti che prova per lei a renderlo così smarrito e confuso. Tuttavia ritiene che, restituito il denaro, la questione sarà chiusa.

In realtà è soltanto l’inizio.

Lupo lo scopre il giorno in cui rivede Aurea. Una visione fugace che gli fa persino dubitare si tratti davvero di lei. Fugace, ma sufficiente a fargli notare il suo grande cambiamento. La sbiadita Aurea dei suoi ricordi è stata sostituita da una elegante, aggraziata giovane donna piena di fascino. Intrigato dalla rivelazione, Lupo decide di rivederla. Al momento non ha le idee chiare su quale comportamento adottare, ma il primo passo è riprendere la vita mondana interrotta e riallacciare i rapporti con in vecchi amici.

Aurea non è più un’entità incorporea ed evanescente, ma una donna vera, reale, concreta, con quel pizzico di mistero che lo tenta, stuzzica la sua curiosità. Non la considera ancora una possibile conquista, ma in lui si sta risvegliando l’istinto del predatore.

Gli uomini si somigliano un po’ tutti e Lupo non fa eccezione. 
Quando Aurea gli appare in tutto il suo splendore, ma algida e lontana, Lupo si sente stimolato dalla sfida. Quanto più difficile è la conquista, tanto più dolce e gratificante sarà ottenere la resa. Lupo si gioca tutte le carte della seduzione. Mette in atto tutte le più sottili strategie che l’esperienza gli ha insegnato per affascinare Aurea, per risultare irresistibile, per competere con un rivale che lei sembra trovare di suo gradimento. Perseverante e allo stesso tempo elusivo, Lupo tesse intorno a lei le maglie della rete in cui si prefigge di imprigionarla. Anche lei è curiosa di conoscere l’uomo che è diventato, ma allo stesso tempo è riluttante. Turbata, attirata, ma diffidente.

E mentre Lupo e Aurea si studiano e decidono le mosse della partita, fra i loro amici si intrecciano altre storie, altri duelli sentimentali, si vivono passioni, si covano gelosie, si tramano inganni. Sbocciano amori inaspettati.


La ricchezza della trama e l’incisività dei personaggi, anche quelli di secondo piano, rendono questo romanzo davvero avvincente dalla prima all’ultima pagina.

Dubito che qualcuna di voi, care amiche, se lo sia lasciato sfuggire, ma nel caso lo consiglio vivamente. 

 
   E qui concludo con un abbraccio virtuale a tutte.
   La vostra
 Emma.