Anteprima!! Brandon Sanderson: "Il Conciliatore"

martedì 29 maggio 2012

Brandon Sanderson in questi anni penso abbia scovato e stia utilizzando - pienamente - il dono dell'ubiquità
Si, perché sta facendo davvero un sacco di cose: oltre a finire di scrivere il nuovo capitolo della Ruota del tempo, ultimandolo dagli appunti lasciati incompiuti dal grande scrittore scomparso Robert jordan, sta infatti scrivendo il secondo capitolo della sua nuova serie - che sto leggendo in questo periodo e che sto trovando stupenda (se riesco più avanti ne farò una recensione perché è un romanzo superbo) - delle Cronache della Folgoluce.

Nel fare tutto ciò ha comunque trovato - non so come - il tempo di scrivere un romanzo autoconclusivo (cosa che onestamente ogni tanto fa molto piacere!) che oltre ad aver pubblicato sul suo sito è giunto nelle librerie americane qualche anno fa e poi, tre anni dopo circa, arriva finalmente anche da noi in Italia. E' un romanzo abbastanza corposo, se considerate le sue 800 e passa pagine, ma è anche un romanzo che conoscendo Sanderson si lascerà leggere facilmente e che, come ho letto da un primo capitolo letto in inglese, saprà sicuramente coinvolgere e far riflettere il lettore fantasy più accanito. ma vediamo qual'è la trama che Warbreaker ci propone...






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Il Conciliatore
Warbreaker
di Brandon Sanderson
pagine 688
prezzo 16,90 €
Fanucci editore
dal 31 maggio
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Per leggere le prime 54 pagine potete cliccare qui:

--o- La trama -o--
Da ormai trecento anni il regno di Hallandren è governato dagli dèi Ritornati, uomini morti in modo esemplare e tornati a nuova vita dall’ aldilà, e dal loro sovrano assoluto, il Re Dio. La vecchia dinastia reale, fuggita durante la Pluriguerra, si è ritirata nell’enclave di Idris, un territorio impervio e montagnoso che però consente loro di controllare i valichi settentrionali. Per ricomporre le differenze e riunificare i due stati, una principessa idrisiana dovrà andare in sposa al Re Dio e generare con lui un erede; ma nella Corte degli Dèi, luogo di intrighi, complotti e sotterfugi, qualcuno

sta tramando nell’ ombra. Nella cornice della variopinta città di T’Telir, dove colori e Soffio vitale possono donare vita agli oggetti inanimati, un gruppo composito di personaggi, giovani principesse, mercenari esuberanti, divinità svogliate, altezzosi sacerdoti, soldati Senzavita, loschi figuri e spade parlanti, cercheranno di fomentare una guerra… o di sventarla prima che sia troppo tardi.
Un assaggio per capire  cosa ci aspetterà:
--o- Prologo -o--

È divertente, pensò Vasher, quante cose cominciano con  me che vengo gettato in prigione.  
Le guardie risero fra loro, chiudendo la porta della cella con  
uno schianto. Vasher si alzò e si ripulì dalla polvere, ruotando  
la spalla e sussultando. Mentre la metà inferiore della porta  
della sua cella era di solido legno, quella superiore era a sbarre,  
e lui poté vedere le tre guardie aprire il suo borsone e rovistare  
fra le sue cose. 

Uno di loro lo vide osservare. L’uomo era un energumeno
con la testa rasata e un’uniforme lercia che manteneva a malapena la colorazione gialla e azzurra della guardia cittadina di  
T’Telir. 

Colori brillanti, pensò Vasher. Mi ci dovrò riabituare.  
In qualunque altra nazione, quegli azzurri e gialli vivaci sarebbero stati ridicoli su dei soldati. Questa, però, era Hallandren: terra di dèi Ritornati, di servi Senzavita, di ricerca del  
BioCroma e – ovviamente – di colore. 
La grossa guardia si avvicinò alla porta della cella, lasciando i suoi amici a divertirsi con le cose di Vasher. «Dicono che 
sei un duro» esordì l’uomo, squadrandolo. 
Vasher non rispose.

«L’oste dice che hai atterrato una ventina di uomini nella rissa.» La guardia si sfregò il mento. «Ame non sembri così duro.
Ad ogni modo, avresti dovuto sapere che non dovevi colpire 
un sacerdote. Gli altri trascorreranno una notte al fresco. Tu,  
però... verrai appeso. Sciocco senza colore.» Vasher gli voltò le spalle. La sua cella era funzionale, per 
quanto ordinaria. Una sottile fessura in cima a una parete lasciava entrare la luce, i muri di pietra trasudavano acqua e 
Warbreaker
copertina originale.
muschio, e una pila di paglia sporca marciva nell’ angolo.
«Mi stai ignorando?» domandò la guardia, venendo più vicino alla porta. I colori della sua uniforme divennero più vividi, come se fosse entrato in una luce più forte. Il cambiamento 
era lieve. AVasher non rimaneva molto Soffio, perciò la sua aura non influenzava di molto i colori attorno a lui. La guardia 
non si accorse del cambiamento, proprio come non l’aveva fatto nel locale, dove lui e i suoi compagni lo avevano raccattato 
dal pavimento e gettato sul loro carretto. Naturalmente il cambiamento era tanto lieve che sarebbe stato quasi impossibile da
distinguere per un occhio normale.
«Ehi, guarda» disse uno degli uomini che stavano rovistando nel borsone di Vasher. «Cos’è questa?» Vasher aveva sempre 
trovato interessante che gli uomini che sorvegliavano le segrete 
avessero la tendenza a essere delinquenti uguali, o perfino peggiori, degli uomini che custodivano. Forse era intenzionale. Alla società non pareva importare se uomini del genere fossero 
fuori dalle celle o dentro, fintantoché venivano tenuti lontani da 
persone più oneste.
Supponendo che queste esistessero.
Dal borsone di Vasher, una guardia tirò fuori un lungo oggetto avvolto in un panno di lino bianco. L’uomo lanciò un fischio mentre svolgeva la stoffa, rivelando una spada dalla lama lunga e sottile contenuta in un fodero d’argento. L’elsa era 
completamente nera. «Achi pensate che abbia rubato questa?» 
La guardia al comando scrutò Vasher, domandandosi se 
fosse qualche sorta di nobile. Anche se Hallandren non aveva 
nessuna aristocrazia, molti regni confinanti avevano i loro nobiluomini e nobildonne. Eppure quale lord avrebbe indossato un mantello marrone smorto, squarciato in diversi punti?
Quale lord avrebbe sfoggiato lividi di una rissa da taverna, 
barba lunga e stivali usurati dagli anni? La guardia si voltò, 
apparentemente convinta che Vasher non fosse un lord. 
Aveva ragione. E aveva torto.
«Fammela vedere» disse la guardia al comando, prendenden
do la spada. Grugnì, evidentemente sorpresa dal suo peso. 
La rigirò, notando il fermaglio che assicurava il fodero all’elsa, impedendo che la lama venisse estratta. Lo aprì. 
I colori nella stanza si intensificarono. Non divennero più 
brillanti, come aveva fatto il farsetto della guardia quando si era 
avvicinata a Vasher. Si fecero invece più forti. Più scuri. I rossi 
debordarono nel bruno. I gialli si indurirono in oro. Gli azzurri 
si avvicinarono al blu marino.
«Attento, amico,» disse Vasher piano «quella spada può 
essere pericolosa.» 
La guardia alzò gli occhi. Tutto era immobile. Poi sbuffò e 
si allontanò dalla cella di Vasher, ancora con in mano la spada. Gli altri due seguirono, portando il borsone di Vasher, entrando nella stanza delle guardie alla fine del corridoio.
La porta si chiuse con un tonfo. Vasher si inginocchiò immediatamente accanto al giaciglio, selezionando una manciata di
pagliuzze resistenti. Tirò dei fili dal suo mantello – stava iniziando a logorarsi sul fondo – e legò le pagliuzze formando 
una piccola persona, alta forse tre pollici, con spesse braccia e 
gambe. Si staccò un pelo da un sopracciglio e lo mise contro la 
testa dell’omino di paglia, quindi infilò la mano in uno stivale e 
tirò fuori una sciarpa rosso brillante.
Poi Vasher Soffiò.
Uscì da lui, sbuffando in aria, traslucido eppure luminoso,
come il colore dell’olio sull’acqua al sole. Vasher lo sentì abbandonarlo: Soffio BioCromatico, lo chiamavano gli studiosi.
Molti lo chiamavano solo Soffio. Ogni persona ne aveva uno.
O, almeno, di solito era così. Una persona, un Soffio.
Vasher aveva circa cinquanta Soffi, appena sufficienti a raggiungere la Prima Elevazione. Averne così pochi lo faceva sentire povero rispetto a quelli che aveva avuto un tempo, ma 
molti avrebbero considerato cinquanta Soffi un tesoro enorme. Purtroppo, semplicemente Risvegliare un piccolo simulacro fatto di materiale organico – usando un pezzo del proprio 
corpo come fuoco – lo prosciugò di circa metà dei suoi Soffi.
L’omino di paglia sussultò, assorbendo il Soffio. Nella mano di Vasher, metà dalla sciarpa rosso brillante sbiadì e divenne grigia. Vasher si sporse verso il basso – immaginando quel
lo che voleva facesse la figura – e completò l’ultimo passo del 
procedimento nel dare il Comando. 
«Procura chiavi» disse.
L’omino di paglia si alzò e sollevò il suo unico sopracciglio 
verso Vasher. 
Vasher indicò verso la stanza delle guardie. Da lì, udì improvvise urla di sorpresa. 
Non c’è molto tempo, pensò.
L’omino di paglia corse per il pavimento, poi balzò in alto, 
volteggiando tra le sbarre. Vasher si tolse il mantello e lo posò
sul pavimento. Era l’immagine perfetta di una persona, contrassegnata da squarci che corrispondevano alle cicatrici sul 
corpo di Vasher, con due buchi nel cappuccio tagliati proprio 
per gli occhi di Vasher. Quanto più la forma di un oggetto era 
simile a quella di un essere umano, tanto inferiore era il numero di Soffi necessari per Risvegliarlo.
Vasher si sporse in basso, cercando di non pensare ai giorni 
in cui aveva posseduto tanti Soffi da Risvegliare senza preoccuparsi di forma o fuoco. Era stato un tempo diverso. Con un 
sussulto, si strappò una ciocca di capelli dalla testa e li sparpagliò per il cappuccio del mantello. 
Ancora una volta, Soffiò.
Consumò il resto dei suoi Soffi. Una volta svaniti – col mantello che tremolava e la sciarpa che perdeva il resto del suo colore – Vasher si sentì... più fioco. Perdere il Soffio non era fatale per una persona. In effetti, i Soffi supplementari che Vasher 
utilizzava un tempo erano appartenuti ad altri individui. Vasher non sapeva chi fossero; non era stato lui a raccogliere quei 
Soffi. Gli erano stati dati. Ma, naturalmente, era così che funzionava sempre. Non si poteva prendere il Soffio con la forza. 
Essere privo di Soffio lo cambiò per davvero. I colori non 
sembravano altrettanto vividi. Non poteva percepire la gente 
affaccendata andare in giro nella città lì sopra, una connessione che di solito dava per scontata. Era la consapevolezza che 
tutti gli uomini avevano verso gli altri, quella cosa che sussurrava un avvertimento, nel torpore del sonno, quando qualcuno entrava nella stanza. Per Vasher, tutto questo era stato amplificato cinquanta volte.
E adesso non c’era più. Risucchiato nel mantello e nell’omino di paglia, dando potere a essi. 
Il mantello sussultò. Vasher si chinò verso il basso. «Proteggi me» Comandò, e il mantello rimase immobile. Lui si alzò, 
indossandolo di nuovo. 
L’omino di paglia tornò alla sua grata. Portava un grosso 
anello di chiavi. I piedini di paglia della figura erano macchiati 
di rosso. A Vasher il sangue cremisi sembrava così smorto ora. 
Prese le chiavi. «Grazie» disse. Li ringraziava sempre. Non 
sapeva perché, in particolare considerando quello che faceva 
dopo. «Il tuo Soffio al mio» ordinò, toccando il petto dell’omino di paglia. La piccola figura cadde immediatamente all’indietro dalla porta – la vita che defluiva da essa – e Vasher riottenne il suo Soffio. Il familiare senso di consapevolezza tornò, 
la certezza di essere connesso con gli altri, di far parte di tutto. Poteva riprendere il Soffio dalla creatura solo perché l’aveva Risvegliata lui stesso: in effetti, i Risvegli di questo tipo di 
rado erano permanenti. Lui usava il suo Soffio come una riserva, distribuendolo con parsimonia, poi recuperandolo.
Paragonati a quelli che una volta aveva avuto, venticinque 
Soffi erano un numero ridicolmente esiguo. Comunque, paragonato a zero, quel numero sembrava infinito. Tremolò di soddisfazione. 
Le urla dalla stanza delle guardie si spensero. Le segrete si 
fecero silenziose. Doveva continuare a muoversi. 
Vasher allungò una mano in mezzo alle sbarre, usando le 
chiavi per aprire la cella. Spalancò la spessa porta con una 
spinta, precipitandosi nel corridoio, lasciando l’omino di paglia abbandonato lì per terra. Non si diresse verso la stanza 
delle guardie – e all’uscita al di là – ma svoltò invece a sud, penetrando più a fondo nel sotterraneo. 
Questa era la parte più incerta del suo piano. Trovare una 
taverna frequentata da sacerdoti dei Toni Iridescenti era stato 
piuttosto facile. Farsi coinvolgere in una zuffa – poi colpire 
uno di quegli stessi sacerdoti – era stato altrettanto semplice. 
Hallandren prendeva molto sul serio le sue figure religiose, e 
Vasher si era procurato non la solita notte al fresco, ma un 
viaggetto in una delle segrete del Re Dio. 
Conoscendo il genere di uomini che di solito erano assegnati a tali prigioni, Vasher era stato piuttosto certo che 
avrebbero cercato di estrarre Sanguinotte. Gli avevano fornito il diversivo di cui aveva bisogno per prendere le chiavi.
Ma ora arrivava la parte imprevedibile. 
Vasher si fermò, il mantello Risvegliato che frusciava. Fu facile individuare la cella che cercava, poiché attorno a essa un 
vasto tratto di pietra era stato prosciugato di ogni colore, lasciando sia le pareti che le porte di un grigio smorto. Era un 
posto per imprigionare un Risvegliante, poiché nessun colore 
voleva dire nessun Risveglio. Vasher si avvicinò alla porta, 
guardando attraverso le sbarre. Un uomo era appeso per le 
braccia al soffitto, nudo e incatenato. Il suo colore era vivace 
agli occhi di Vasher, la sua pelle bronzea, i suoi lividi chiazze 
brillanti di blu e violetto. 
L’uomo era imbavagliato. Un’altra precauzione. Per Risvegliare, l’uomo avrebbe avuto bisogno di tre cose: Soffio, colore e un Comando. Le armoniche e le tonalità, alcuni li definivano. I Toni Iridescenti, la relazione fra colore e suono. Un
Comando doveva essere formulato in modo chiaro e deciso 
nella lingua madre del Risvegliante: qualunque balbettio, 
qualunque errore di pronuncia, avrebbe invalidato il Risveglio. Il Soffio sarebbe stato estratto, ma l’oggetto sarebbe stato incapace di agire.
Vasher usò le chiavi della prigione per aprire la porta della cella, poi entrò. L’aura di quest’uomo rese i colori decisamente più 
brillanti quando gli furono abbastanza vicini. Chiunque sarebbe 
stato in grado di notare un’aura tanto forte, anche se era molto 
più semplice per chi aveva raggiunto la Prima Elevazione. 
Non era l’aura BioCromatica più forte che Vasher avesse 
mai visto: quelle appartenevano ai Ritornati, noti come dèi qui 
ad Hallandren. Tuttavia il BioCroma del prigioniero era davvero impressionante, e molto, molto più forte di quello di Vasher. Il prigioniero aveva parecchi Soffi. Centinaia e centinaia. 
L’uomo dondolava dalle sue catene, studiando Vasher, le 
labbra imbavagliate sanguinanti per la mancanza d’acqua. Vasher esitò solo brevemente, poi allungò una mano e tolse il bavaglio. 
«Tu» mormorò il prigioniero, tossendo un poco. «Sei qui 
per liberarmi?»
«No, Vahr» disse Vasher piano. «Sono qui per ucciderti.»
Vahr sbuffò. La prigionia era stata dura per lui. L’ultima volta che Vasher lo aveva visto, Vahr era stato grassoccio. Agiudicare dal suo corpo emaciato, era stato lasciato senza cibo già da 
qualche tempo. I tagli, i lividi e le bruciature sul suo corpo erano recenti.
Gli occhi di Vahr, contornati da borse scure, tradivano non 
solo il tormento e le torture, ma anche una solenne verità. Il Soffio poteva essere trasferito solo con un Comando volontario, intenzionale. Il Comando poteva, però, essere incoraggiato.
«Così» gracidò Vahr «tu mi giudichi, proprio come chiunque altro.»
«La tua ribellione fallita non è una mia preoccupazione.
Voglio solo il tuo Soffio.»
«Tu e l’intera Hallandren.»
«Sì. Ma tu non lo darai a uno dei Ritornati. Lo darai a me.
Poiché in cambio io ti ucciderò.»
«Non sembra un granché, come scambio.» In Vahr c’era 
una durezza, una mancanza di emozioni, che Vasher non aveva visto l’ultima volta che si erano separati, anni prima.
Strano, pensò Vasher, che finalmente, dopo tutto questo tempo, io riesca a trovare in quest’uomo qualcosa con cui identificarmi.
Vasher si mantenne a cauta distanza da Vahr. Adesso che 
l’uomo era in grado di parlare, poteva Comandare. Comunque non stava toccando nulla tranne le catene di metallo, e il 
metallo era molto difficile da Risvegliare. Non era mai stato 
vivo e la sua forma era molto diversa da quella di un uomo. 
Perfino all’apice del suo potere, Vasher stesso era riuscito a Risvegliare il metallo solo in poche occasioni particolari. Naturalmente alcuni Risveglianti particolarmente potenti erano in 
grado di infondere la vita in oggetti che non stavano toccando, 
ma che erano a portata della loro voce. Questo, però, richiedeva la Nona Elevazione. Perfino Vahr non disponeva di così 
tanto Soffio. In effetti, Vasher conosceva un solo individuo che 
ce l’aveva: il Re Dio in persona.
17Questo voleva dire che Vasher era probabilmente al sicuro.
Vahr disponeva di una notevole quantità di Soffi, ma non aveva nulla da Risvegliare. Vasher girò attorno all’uomo incatenato, trovando molto difficile offrirgli la sua solidarietà. Vahr si
era meritato il suo destino. Tuttavia i sacerdoti non gli avrebbero permesso di morire finché avesse posseduto così tanto Soffio; se fosse morto, sarebbe andato sprecato. Svanito. Irrecuperabile.
Nemmeno il governo di Hallandren – che aveva leggi ferree
sull’acquisto e la trasmissione del Soffio – poteva lasciar scivolare via un tale tesoro. Quando ci avessero ripensato, si sarebbero maledetti per non averlo fatto sorvegliare meglio.
D’altra parte, erano due anni che Vasher attendeva un’opportunità del genere.
«Ebbene?» chiese Vahr.
«Dammi il Soffio, Vahr» disse Vasher, venendo avanti.
Vahr sbuffò. «Dubito che tu sia abile quanto gli aguzzini 
del Re Dio, Vasher... e sono ormai due settimane che sopporto le loro torture.»
«Rimarresti sorpreso. Ma questo non ha importanza. Tu 
mi darai il tuo Soffio. Sai di avere solo due scelte. Darlo a me 
oppure darlo a loro.»
Vahr pendeva per i polsi, ruotando piano. In silenzio.
«Non hai molto tempo per riflettere» disse Vasher. «Da un 
momento all’altro, qualcuno scoprirà le guardie morte là fuori. 
Verrà dato l’allarme. Io ti lascerò qui, tu sarai torturato di nuovo, e alla fine ti spezzerai. Poi tutto il potere che hai accumulato andrà alla stessa gente che hai giurato di distruggere.»
Vahr fissò il pavimento. Vasher lo lasciò penzolare per qualche istante e poté vedere che la realtà della situazione gli era 
chiara. Infine, Vahr alzò lo sguardo su Vasher. «Quella... cosa 
che porti. È qui, in città?»
Vasher annuì.
«Le urla che ho sentito prima... è stata quella cosa a causarle?»
Vasher annuì di nuovo.
«Quanto tempo resterai a T’Telir?»
«Per un po’. Un anno, forse.»
18«La userai contro di loro?»
«Non confido a nessuno i miei obiettivi, Vahr. Accetti lo
scambio o no? Una morte rapida per quei Soffi. Ti prometto
questo: i tuoi nemici non li avranno.»
Vahr tacque. «Sono tuoi» mormorò infine.
Vasher allungò una mano, appoggiandola sulla fronte di
Vahr, attento a non lasciare che nessuna parte dei suoi vestiti 
toccasse la pelle dell’uomo, per timore che potesse tirar fuori 
il colore per Risvegliare. 
Vahr non si mosse. Pareva intorpidito. Poi, proprio mentre
Vasher iniziava a preoccuparsi che il prigioniero avesse cambiato idea, Vahr Soffiò. Il colore defluì da lui. La bellissima Iridescenza, l’aura che lo aveva fatto sembrare maestoso malgrado le ferite e le catene. Gli fuoriuscì dalla bocca, sospesa in aria, 
scintillante come caligine. Vasher la inalò dentro di sé, chiudendo gli occhi.
«La mia vita alla tua» Comandò Vahr, una traccia di disperazione nella voce. «Il mio Soffio diventa tuo.» 
Il Soffio si riversò dentro Vasher, e tutto divenne brillante. Il 
suo mantello marrone adesso sembrava intenso e intriso di colore. Il sangue sul pavimento era di un rosso profondo, come 
se fosse in fiamme. Perfino la pelle di Vahr pareva un capolavoro di colori, la superficie contrassegnata da peli nerissimi, lividi bluastri e tagli di un rosso deciso. Erano passati anni dall’ultima volta in cui Vasher aveva provato una tale sensazione di... 
vita.
Annaspò, cadendo in ginocchio mentre ne veniva sopraffatto, e dovette posare una mano sul pavimento di pietra per 
non ruzzolare a terra. Come ho fatto a vivere senza?
Sapeva che le sue sensazioni non erano davvero migliorate, 
eppure si sentiva molto più vigile. Più conscio di quella bellezza sensoriale. Quando toccò il pavimento di pietra, si meravigliò per quanto era ruvido. E il suono del vento che passava attraverso le sottili finestre delle segrete lì sopra. Era sempre stato
così melodioso? Come poteva non averlo notato?
«Tieni fede alla tua parte del patto» disse Vahr. Vasher notò i toni della sua voce, la bellezza di ciascuno, quanto erano 
vicini agli armonici. Vasher aveva ottenuto l’orecchio assolu
to. Un dono per chiunque raggiungesse la Seconda Elevazione. Sarebbe stato bello averlo di nuovo.
Naturalmente Vasher avrebbe potuto avere fino alla Quinta Elevazione in ogni momento, se così avesse desiderato. Tuttavia avrebbe richiesto certi sacrifici che non era disposto a 
compiere. E così si costringeva a farlo alla vecchia maniera, 
raccogliendo Soffi dalla gente come Vahr. 
Vasher si alzò in piedi, poi tirò fuori la sciarpa priva di colore che aveva usato prima. La gettò sopra la spalla di Vahr, 
poi Soffiò.
Non si curò di dare alla sciarpa una forma umana, non ebbe bisogno di usare un po’ dei suoi capelli o di pelle – anche 
se dovette attingere il colore dalla sua camicia. 
Vasher incontrò gli occhi rassegnati di Vahr. 
«Strangola cose» Comandò Vasher, con le dita che toccavano la sciarpa tremolante.
Quella si torse immediatamente, appropriandosi di una vasta – eppure ora insignificante – quantità di Soffi. La sciarpa si
avvolse rapidamente attorno al collo di Vahr, soffocandolo.
Vahr non lottò né respirò in modo affannoso, ma si limitò a osservare Vasher con odio finché i suoi occhi non si gonfiarono e
morì.
Odio. Vasher ne aveva conosciuto abbastanza ai suoi tempi.
Allungò una mano in silenzio e recuperò i suoi Soffi dalla sciarpa, poi lasciò Vahr a penzolare nella sua cella. Vasher attraversò in fretta la prigione, meravigliandosi per i colori dei legni e
delle pietre. Dopo pochi momenti, notò un nuovo colore nel 
corridoio. Rosso. 
Aggirò la pozza di sangue – che stava colando giù per il pavimento inclinato delle segrete – ed entrò nella stanza delle
guardie. I tre uomini giacevano morti. Uno di loro stava su 
una sedia. Sanguinotte, ancora perlopiù dentro al fodero, era 
stata conficcata nel petto dell’uomo. Circa un pollice di scura 
lama nera era visibile sotto la guaina argentea.
Vasher rinfoderò del tutto l’arma con attenzione. Poi chiuse il fermaglio. 
Sono stato molto bravo oggi, disse una voce nella sua mente. 
Vasher non rispose alla spada. 
Li ho uccisi tutti, continuò Sanguinotte. Non sei orgoglioso di 
me?
Vasher raccolse l’arma, abituato al suo peso insolito, e la portò in una mano. Recuperò il suo borsone e se lo gettò in spalla. 
Sapevo che saresti rimasto impressionato, disse Sanguinotte, 
con voce soddisfatta.
Da "Il Conciliatore" di Bandon Sanderson, 
traduzione di Gabriele Giorgi, Fanucci, maggio 2012.


--o- L’autore -o--
Brandon Sanderson, nato nel 1975, è autore del romanzo Elantris, che lo ha rivelato a critica e pubblico come una delle maggiori promesse della letteratura fantasy contemporanea. Con Fanucci Editore ha già pubblicato la trilogia deiMistborn – L’Ultimo Impero, Il Pozzo dell’Ascensione, Il Campione delle Ere – e La Via dei re. Inoltre, basandosi sugli appunti di Robert Jordan, ha lavorato agli ultimi tre volumi che completano la saga best seller La Ruota del Tempo.


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Estratto:

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